Bolivia

Dentro la miniera – viaggio a Potosi’, Bolivia.

“Finirà l’odio e il disprezzo a cui come indios siamo sempre stati sottoposti”.

Questa è una delle prime dichiarazioni di Evo Morales, leader del MAS (Movimento Al Socialismo), primo presidente indio della Bolivia, eletto nel dicembre del 2004 a furor di popolo, nonostante il timore di brogli elettorali, orchestrati da forze politiche straniere che vogliono continuare a fare dell’America Latina il proprio “giardino”.

 La struttura sociale boliviana è storicamente classista e razzista; la minoranza creola, bianca, discendente dei conquistadores spagnoli, ha sempre detenuto il potere alle spalle degli indios, che rappresentano la maggioranza della popolazione.

Evo Morales, leader dei “cocaleros”. Già, i “cocaleros”. Un nome che potrebbe far pensare ai trafficanti di droga, ma che in realtà definisce i “coltivatori della foglia”, i contadini degli altopiani di Bolivia che vivono raccogliendo e vendendo questa pianta la quale, se non viene raffinata e trattata, ha semplicemente effetti benefici contro il mal di montagna e la fatica.

I minatori, un altro pilastro della vittoria di Morales, sono per tradizione abituati a masticare le foglie di coca per lenire le sofferenze di chi è costretto a lavorare tutto il giorno sottoterra per un salario da fame.

I mineros, organizzati in cooperative, lavorano ormai a cottimo, come fossero liberi professionisti, nel ventre della “pacha mama” (la madre terra), senza orari fissi, senza tutele sanitarie e di sicurezza, costretti in queste condizioni dalla dismissione e conseguente privatizzazione dell’ attività estrattiva realizzata progressivamente dal governo negli ultimi trent’anni.

il Cerro Ciro domina Potosi'

il Cerro Ciro domina Potosi’

Potosì si puo’ considerare la roccaforte dei mineros; è uno dei piu’ importanti centri minerari del Sud America; situata nel sud dell’altopiano boliviano conta all’ incirca 150.000 abitanti e, con i suoi 4.100 metri, è considerata la “città piu’ alta del mondo”.

Non si fatica a crederlo e l’aria rarefatta è la prima cosa che colpisce il viaggiatore in arrivo, oltre alle strade sterrate ed al colore ocra della polvere che avvolge nel suo manto cose e persone.

La soroche: cosi’ i boliviani definiscono il fastidioso mal di montagna che puo’ facilmente colpire chi non è avvezzo a queste altitudini.

Sperimento subito questo fastidio con un dolore che si fa strada alla base della nuca e mi accompagna fino a che non chiedo aiuto ad una pastiglia di “sorocin”, farmaco indigeno che peraltro mi fa subito un effetto benefico.

la piazza centrale di Potosi
la piazza centrale di Potosi

Potosì mantiene ancora le sembianze di un’antica città coloniale: i palazzi impreziositi dalla cura dei particolari e le chiese, cosi’ numerose e caratteristiche, comunicano l’idea della progressiva decadenza di un centro che fu nel diciassettesimo secolo proclamato “città imperiale da Carlo V, re di Spagna. Nel centro della città merita una visita la “Casa Real de la Moneda”, che ospita un interessante museo sulle ricchezze minerarie della zona. I conquistadores spagnoli costruirono nel sedicesimo secolo in questo luogo il primo conio del Sudamerica e riempirono i loro forzieri con argento, oro, zinco e stagno, allo scopo di finanziare una politica aggressiva e coloniale basata sullo sfruttamento delle manodopera gratuita sia della popolazione locale che degli schiavi “importati”dall ‘Africa.

Si calcola che siano stati circa otto milioni i morti sacrificati nelle miniere del Cerro Rico alla brama di ricchezza dell’ uomo dal 1525 ad oggi.

 La città si srotola ai piedi della montagna, in un groviglio di viuzze anguste, di saliscendi repentini, di incroci stradali in cui non esistono segnali di precedenza ed i veicoli si fanno strada soltanto con lo strombazzare del clacson. L’ atmosfera è quella rilassata, tipica del continente latinoamericano: le donne agghindate nei loro coloratissimi abiti, sfilano con i loro pargoli sulla schiena mentre gli anziani scambiano due chiacchere nella piazza centrale, come accade nei nostri paesi del sud Italia.

L’ occhio cade sulla pubblicità di varie agenzie che organizzano escursioni per turisti dedicate alla visita delle famose miniere della zona, enfatizzando la possibilità di vedere da vicino i minatori e poterci parlare!

Mi chiedo se mai questa gente avrà voglia di parlare con i visitatori mentre sta faticando per poter guadagnare il proprio misero salario.

 Paco e Olga gestiscono una di queste agenzie turistiche sui generis: entrambi sono ex minatori, che hanno abbandonato da poco l’ attività e si dedicano a tempo pieno a soddisfare la curiosità degli stranieri in cerca di un pizzico di emozione. Nella piccola sede dell’agenzia ci si cambia, si indossa il casco da minatore con lampada all’ acetilene ed una tuta impermeabile divisa in due pezzi per ripararsi dalla polvere e dall’ umidità presenti nei cunicoli.

 Prima di raggiungere la miniera è consuetudine effettuare una tappa al mercato, nella parte alta della città, dove si acquistano foglie di coca, bevande gassate, micce e candelotti di dinamite per omaggiare i lavoratori che si incontreranno nel sottosuolo. Sembra strano visitare queste bancarelle dove fra frutta, verdura e venditori urlanti, è possibile acquistare liberamente materiale esplosivo. Plaza Minero, nei pressi del mercato, ospita il curioso monumento al minatore rivoluzionario, rappresentato a petto nudo, con casco in testa, fucile e trivella nelle mani.

monumento al minatore rivoluzionario potosi
monumento al minatore rivoluzionario potosi

 Il pulmino comincia ad inerpicarsi sul brullo versante della montagna, diretto alla miniera di Rosario, una delle poche del Cerro Rico ancora attive. Prima di entrare Paco esegue una dimostrazione preparando e facendo esplodere in pochi minuti due candelotti di dinamite, conficcati nel terreno vicino alla miniera.

Accanto all’ ingresso si notano numerosi attrezzi e carrelli vuoti; alcuni minatori si dedicano alla loro manutenzione.

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E’ tempo di entrare nel buio del cunicolo; silenziosamente, in fila indiana, iniziamo questo strano cammino che ci porterà a contatto con un’ altra realtà. Il percorso inizia a scendere impercettibilmente lungo il binario dentro a cui camminiamo; è necessario essere molto attenti mentre si procede ed abbassarsi repentinamente per non cozzare contro il soffitto irregolare. Fa piuttosto freddo ed il nostro abbigliamento sembra adatto; svoltiamo verso destra ed improvvisamente la temperatura cambia e si alza. Iniziamo ad incontrare i primi minatori, ci salutano, stanno lavorando nell’ estrazione di materiale grezzo da un cunicolo; il sudore imperla il loro viso. Doniamo ai mineros i primi sacchetti di foglie di coca da masticare e qualche bibita in bottiglia; sembrano contenti e ci ringraziano: forse vedere ogni tanto qualche altra persona, nel mezzo di questo ambiente buio ed ostile, non è per loro cosi’ negativo come potevo immaginare.bolivia La guida ci avvisa dell’ arrivo di un carrello: tutti si avvicinano velocemente alle pareti. Quattro uomini spingono a fatica il grosso contenitore d’acciaio che, pieno fino al limite, puo’ pesare fino ad una tonnellata e mezzo. Ci sentiamo a disagio come spettatori di questa scena da girone dantesco: le ruote escono dal binario; il carrello si inclina e si blocca. I mineros lo spingono con fatica davanti ai nostri occhi e riescono a rimetterlo in corsa dopo qualche minuto, ricominciando la loro corsa verso la superficie.

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Ci inoltriamo in un cunicolo piu’ angusto, l’aria sta diventando sempre piu’ pesante, piena di gas, polvere e sostanze nocive. Olga chiama qualcuno, ma non riusciamo a vedere dove sia: “Don Josè, stanno venendo alcune persone a salutarla !”. una voce risponde dal nulla. Olga ci invita a strisciare carponi in una galleria ancora piu’ bassa; non tutti nel gruppo riescono a raggiungere Don Josè, un minatore che da una settimana sta lavorando da solo in questo buco sottoterra per piazzare dei candelotti di dinamite ed aprire un nuovo filone di estrazione. Si fa fatica ad intravederlo Josè, mentre lavora con calma, masticando foglie di coca in un budello dove l’aria è praticamente irrespirabile. Come è possibile che un essere umano possa lavorare in queste condizioni?bolivia La situazione per noi “estranei” della miniera sta diventando progressivamente insopportabile sia dal punto di vista fisico che psicologico. Meglio avviarsi verso l’ uscita con l’ansia di chi, dopo solo una breve permanenza in questo inferno, non vede l’ora di rivedere la luce e respirare l’aria limpida delle montagne boliviane. Altri carrelli viaggiano faticosamente verso l’ uscita, altri uomini scendono e si avviano a prendere servizio nelle viscere della terra, per il loro turno di lavoro quotidiano.

Non ho mai rivisto con una tale gioia la luce del sole: esco finalmente dal tunnel e mi tolgo il casco esausto. Paco, la nostra guida, ha lavorato là sotto fino a due anni fa, ma è stato costretto a smettere per essersi ammalato di silicosi, la malattia piu’ comune tra i minatori, che distrugge i polmoni a causa delle polveri e dei veleni respirati negli anni di lavoro sotterraneo: è questo il cancro che riduce notevolmente le speranze di vita di chi ha faticato per anni nel ventre della terra a Potosì: “Le nostre tecniche estrattive sono arretrate, rispetto a quelle esistenti in altri paesi avanzati, come Canada o Australia, – spiega Paco – ed il minerale che riusciamo a produrre non è competitivo sul mercato mondiale; i compratori decidono autonomamente il prezzo che vogliono pagare per il nostro prodotto. I lavoratori piu’ esperti possono guadagnare anche trentacinque boliviani al giorno ( circa cinque euro); le donne generalmente non lavorano in miniera, per una questione scaramantica degli uomini, che non vogliono perdere per incidenti o malattie le madri dei loro figli, ma sono impegnate nell’ industria di selezione del minerale estratto per una paga che si aggira sul dollaro e mezzo a giornata lavorativa”.Bolivia Parecchi bambini lavorano abitualmente nelle miniere di Potosì e vengono pagati soltanto in base alla loro scarsa capacità produttiva. Alcune associazioni hanno denunciato ripetutamente la presenza dei piccoli minatori, cercando di indirizzarli verso la formazione scolastica ed un’alternativa che li porti lontano da questa realtà disumana. Recentemente sono nate le prime organizzazioni sindacali femminili, realizzate dalle lavoratrici dell’ industria mineraria, che stanno ottenendo risultati discreti nel campo della tutela delle famiglie dei minatori e sulle loro condizioni di lavoro. Risaliamo sul pulmino ma l’umore della comitiva turistica è ben diverso dal clima da gita scolastica che aveva accompagnato il tragitto di andata verso la miniera di Rosario : l’esperienza vissuta è stata troppo forte dal punto di vista emotivo per essere rimossa nel giro di pochi minuti, come spesso capita nei viaggi, all’ uscita di un museo o di un luogo di culto. Il presidente Morales ha posto come uno dei punti cardine del suo programma un nuovo processo di nazionalizzazione dell’ industria mineraria boliviana e questo potrebbe tradursi in futuro in un deciso miglioramento nelle condizioni di vita delle persone che abbiamo incontrato oggi. “Vogliamo vivere insieme, senza esclusioni, in una unione nella diversità”; queste sono le parole di Evo Morales, questi sono i nostri auspici per la rivincita di tutti gli “ultimi” contadini e minatori della Bolivia.

foto e testo christian santi 2005

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